2012
Vittorio Tomasin illustra in questo saggio la componente di origine polesana dei volontari italiani. Ben pochi di loro, forse nessuno, sapevano di proseguire l’esperienza dei George Byron, dei Santorre di Santa Rosa, dei Giuseppe Garibaldi e dei vari altri poeti, intellettuali, nobili, borghesi che nel secolo precedente erano accorsi a combattere per l’indipendenza e la libertà in Grecia o in tante altre parti del mondo: perché, in effetti, su questo erano nel vero gli sgherri del fascismo che nei rapporti di polizia ne sottolineavano quasi con disprezzo il limitato livello d’istruzione e la scarsa cultura: essi non erano, come erano stati molti dei loro predecessori, uomini di lettere o d’arte, bensì manovali, braccianti, operai, artigiani ai quali la vita non aveva offerto la possibilità di accedere alla cultura “alta”, ma ciò nonostante erano uomini che l’adesione all’anarchismo, al socialismo, al comunismo aveva dotati di un senso della dignità propria e altrui, di una cultura (non meno nobile dell’altra) della solidarietà di classe e internazionalista che li spingevano a battere le medesime strade, a perseguire analoghi ideali e valori dei loro ben più noti e colti predecessori. Fino a mettere a rischio e anche a sacrificare, come loro, la propria vita. Con una differenza, che suona quasi come un’offesa postuma: dei primi si parla ancora oggi, e giustamente. Dei secondi, no.